Al rientro

Dalla fine dell’ottocento il Togo è stato tedesco, poi francese-inglese, poi francese fino agli anni ’60 quando venne proclamata l’indipendenza che vide Sylvanus Olympio eletto primo Presidente poi deposto dal sergente Étienne Eyadéma con il colpo di stato nel 1963.

Lomé – la capitale – ha un importante porto che include un’area di libero scambio (aperta nel 1968) e una raffineria di petrolio. Negli anni ’70 contava circa 190.000 abitanti (neanche un quartiere di Roma) ed è arrivata a un milione e settecentomila (secondo stime del 2017).

Negli anni ottanta il Togo ha attraversato un periodo di relativo rilancio economico che però venne bruscamente ridimensionato negli anni ’90 a causa della crisi economica e delle derivanti tensioni politiche. Il governo togolese si costituisce in una Repubblica Semipresidenziale con la Costituzione del 1980. L’attuale presidente Faure Gnassingbé altri non è se non il figlio di Eyadéma (presidente dal 1967 e deceduto nel 2005). Alle ultime elezioni del 2020 – fortemente contestate per evidenti irregolarità – Faure Gnassingbé ha ottenuto il 72,3% delle preferenze.

Nel marzo di quest’anno il parlamento ha ratificato una revisione costituzionale che sancisce il passaggio ad un ordinamento parlamentare, successivamente sono stati introdotti emendamenti che – di fatto – rendono tale trasformazione un elemento formale.

Parlare dell’economia togolese è cosa che può essere affrontata con ancor minor quantità di parole: l’agricoltura (principalmente mais, miglio, riso, manioca) viene praticata da circa il 65% della popolazione con una modesta produzione (cacao, caffè e cotone) destinata all’esportazione. Dal punto di vista industriale troviamo impianti per l’estrazione di fosfati (unica vera risorsa locale), ferro, manganese, cromite e la produzione di cemento. Energeticamente il Togo sfrutta centrali idroelettriche sul fiume Mono al confine con il Benin (partner nella costruzione) e centrali geotermiche. Negli ultimi anni si è anche diffusa la costruzioni di impianti fotovoltaici grazie agli incentivi del governo. La pesca, pastorizia e allevamento rappresentano una parte marginale dell’economia produttiva principalmente utilizzata per il fabbisogno interno.

La cosa importante da notare è che tutto quanto sopradetto racconta la storia di meno di un terzo della popolazione del Togo il quale conta più di otto milioni di abitanti perché il 65% circa vive in villaggi rurali sparpagliati per tutto il paese.

Il Togo (ma credo ci siano altre realtà non dissimili) è una nazione piena di contraddizioni. Questo di per sé non sarebbe particolarmente strano: ogni Paese o ogni cultura può sviluppare movimenti auto-eversivi, sistemi economici sbilanciati e rivoluzioni che nascono come rivolte.

Ciò nonostante, l’impressione di fondo attuale è che la spaccatura fra il sistema istituzionale e la compagine sociale sia tale da impedire qualunque cambiamento. In una nazione come quella togolese troverete più facilmente telefoni cellulari che cibo nelle mani della gente.

So che può sembrare un’esagerazione ma in luogo dove la birra o la bevanda gassata alla frutta costano meno dell’acqua, in villaggi fatti di case di fango e lamiere, in una nazione invasa dalla plastica che non riesce a produrre nessuna ricchezza per se stessa è come prendere un pugno in un occhio. Non può non far male.

La storia di questo Paese racconta la maledizione che da oltre cento anni schiaccia questa popolazione.

A qualche giorno dal rientro dalla Missione 2024 di AVITA mi rendo conto di avere addosso un miscuglio di emozioni ed impressioni contrastanti: se da un lato non si può non tenere in considerazione il peso di una dominazione costante e coercitiva nello sviluppo di una nazione, dall’altro non si può ignorare la generale indolenza che si vede negli occhi di questa gente.

In Togo nessuno arriva in orario, nessuno mangia più di una volta al giorno, nessuno fa programmi a lungo termine, non si costituisce in gruppi cooperativi e nessuno esce dal paese.

La polizia – ma sarebbe meglio dire la milizia – approfitta di ogni forma di prevaricazione possibile, la burocrazia forzatamente artosa impedisce lo sviluppo non clientelare della ricchezza.

La gente togolese è rassegnata. È rassegnata alla povertà. È rassegnata alle piogge torrenziali. È rassegnata alla siccità. È rassegnata alla disuguaglianza sociale. È rassegnata al dominatore.

In definitiva devo ammettere di non aver compreso appieno il disagio che avevo addosso mentre ero lì. Non sono stato in grado di capire il dolore che prova questa Nazione e allo stesso tempo ho capito che alla popolazione togolese serve la speranza. Ora, a qualche giorno di distanza, le emozioni diventano più chiare e tutti quegli sguardi di profondi occhi neri diventano più nitidi.

La speranza è quello che AVITA fa in Togo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente mie e non riflettono necessariamente le posizioni, le strategie o le opinioni ufficiali di AVITA.

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