Quindici giorni in Togo
Da oltre venti anni AVITA con i suoi volontari aiuta e sostiene la popolazione di Afagnan (una piccola comunità situata nel distretto del Bas-Monò che conta migliaia di abitanti) e, in particolare, una delle sue comunità: Hevé.
In Togo la cultura tribale si rispecchia ancora in una distribuzione demografica diffusa con un aumento di densità in vicinanza di mercati e vie principali. Qui la possibilità di sopravvivere grazie al commercio dei pochi beni coltivati si riduce a zero se si è troppo lontano delle strade di maggior traffico perché sono queste a garantire volumi di vendita sufficienti.
| Afagnan si trova a est di Lomé a circa 80 KM dalla capitale (non troppo distante dal confine con il Benin) nella regione dei laghi. Si tratta – a dir il vero – più di un villaggio che di una vera e propria città. Sulla via principale – disseminata di buche e dossi da far invidia alle montagne russe – le case si affacciano sul ciglio della strada e puoi trovare insegne anni sessanta per qualunque tipo di servizio: coiffeur pour homme, coiffeur pour femme, atelier, bar, supermarché, agencie immobilieur, motel, gallerie d’art, bouvette… Hanno tutte le insegne che potreste immaginare sopra le porte sgualcite delle costruzioni di fango. La strada è rigorosamente non asfaltata e diventa un percorso ad ostacoli di fango e piccoli pantani dai quali è difficile uscire senza una 4×4. | ![]() |
A circa sei chilometri da Afagnan, si trova Hevé: un villaggio di case di fango con tetti di lamiera che ospita decine di famiglie e vale la pena sottolineare che una singola famiglia è composta da sei o otto persone mediamente. A poche ore di cammino ci sono altri villaggi più o meno della stessa dimensione che disegnano una costellazione di agglomerati spersi nella vegetazione.
Qui, a Hevé, AVITA ha costruito nel corso degli anni una scuola, una mensa con la cucina, le latrine (sì, lo so sembrerebbe scontato ma non lo è qui!) e infine un dispensario.
Attraverso le donazioni raccolte oggi AVITA garantisce un’istruzione a più di 400 fra bambini o ragazzi e di anno in anno le iscrizioni sono sempre più numerose. Il profitto dei ragazzi che vengono sostenuti a titolo gratuito dall’organizzazione viene verificato esattamente come si trattasse di una borsa di studio per merito.
![]() | Per comprendere questa modalità, che sembrerebbe fuori contesto qui, sono necessarie alcune premesse: la povertà di questa regione impone una ferrea amministrazione nell’elargizione di queste donazioni. In questa parte del Togo non è infrequente che tutto ciò che viene fornito gratuitamente – come a prima vista dovrebbe essere – si trasformi in una dimensione di contro-sfruttamento da parte della popolazione locale. La precarietà è tale che non esiste in nessuna sua forma il senso della misura: tutto ciò che può cadere nel piatto, che generi una possibile entrata e non richieda (o implichi) un impegno viene drenato con la stessa forza del neonato che non veda seno da ore. |
La sovvenzione scolastica viene quindi elargita a fronte di un rendimento da parte degli studenti che rappresenti il reale impegno nello studio e incentivi la famiglia a non mandarli a lavorare per le strade. Se non fosse così, la scuola sarebbe invasa da senza tetto o da ragazzi semplicemente in cerca di un pasto.
Qui anche le prestazioni mediche non possono essere gratuite perché la povertà è tale che le mamme mandano i figli a lamentare mali inesistenti per farsi dare medicinali da poter rivendere al mercato locale. Le cure ospedaliere – anche da parte delle associazioni di volontariato – non possono essere gratuite perché se lo fossero, una frotta di malati si farebbe ricoverare per garantirsi un pasto o un tetto anche quando la loro malattia non lo richiederebbe. Qui la fame (ma ancora di più la precarietà) trova la più perfetta materializzazione del detto homo homini lupus: ogni risorsa viene divorata finché non smette di produrre ricchezza.
Vanno aggiunti a questo comportamento sociale alcuni elementi di contesto: lo Stato qui non chiede molto in termini di tassazione (come potrebbe!) ma allo stesso tempo fa poco, veramente poco per migliorare la condizione della popolazione. Questa miopia si riflette in ogni aspetto della vita comune del cittadino, basti pensare all’utilizzo intensivo che si fa della plastica. Venendo qui in Togo, non ho mai visto tanta plastica gettata e/o abbandonata in terra. Bevono l’acqua da sacchetti di plastica trasparenti, trasportano il cibo in sacchetti di plastica, portano i vestiti in sacchetti di plastica e la cosa più sconcertante è che la normalità vederli poi gettati in terra lungo le vie dove razzolano capre, polli, cani.
Questo comportamento non può non essere etichettato semplicemente come malcostume diffuso: la scarsa – o nulla – consapevolezza che ha la maggioranza della popolazione circa i danni che la plastica comporterà nei prossimi decenni non può essere derubricata a semplice noncuranza della popolazione. L’ignoranza di nozioni basilari rende gli abitanti del Togo ignari dei rischi che stanno correndo: un paese così povero rischia di essere irrimediabilmente invaso da veleni e sostanze nocive per la salute e questo si combina – come detto – con la precarietà di una popolazione che cresce del 15% negli ultimi anni.
| AVITA con i suoi progetti ha scelto di investire sull’istruzione della popolazione locale progettando da zero un modello basato su tre elementi cardinali: istruzione, alimentazione e servizi sanitari assistenziali. In condizioni come queste di estrema povertà la popolazione è costretta a dover scegliere fra il lavorare e lo studiare. L’associazione ha quindi – in principio – edificato una nuova scuola nella quale consentire ai ragazzi meritevoli di studiare. In seguito, la costruzione di una cucina e della mensa scolastica per garantire un pasto agli studenti ha ulteriormente rafforzato il legame con la popolazione locale al punto di consentire ad AVITA di diventare la prima Organizzazione Umanitaria Italiana riconosciuta in Togo. | ![]() |
Il binomio Istruzione-Alimentazione ha posto le basi per il profitto dei ragazzi è ha creato solide fondamenta di fiducia con la popolazione di Afagnan Hevé e dei villaggi nei dintorni.
Quest’anno AVITA ha aggiunto un ultimo traguardo in questo progetto avviando il dispensario di Afagnan Hevé. La possibilità di accedere a diagnosi e trattamenti medicali in questa zona del Togo era praticamente impossibile: occorrono a volte ore se non giorni di cammino per raggiungere l’ospedale più vicino.
AVITA ha attrezzato questa struttura di elettrocardiografo, ecografo, sterilizzatrice, microscopio, centrifuga, computer, stampante, l’acqua potabile e connessione ad internet 4G (in parte condivisa anche con la comunità circostante) arricchendo le potenzialità di queste strutture.
L’arrivo di una connessione internet consentirà di poter condividere in tempo reale diagrammi o immagini prelevate in questa zona del mondo con il personale medico di AVITA e di fornire dall’Italia costante supporto per la diagnosi della sintomatologia e dell’andamento dei trattamenti somministrati.
Alla fame muscolare di questa parte del mondo AVITA ha risposto con la cura e la perseveranza nel creare accoglienza e promuovendo la dignità dell’individuo.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente mie e non riflettono necessariamente le posizioni, le strategie o le opinioni ufficiali di AVITA.



