Dieci giorni in Togo

Il Togo è un paese ricco. Ricco di povertà e ricco di contraddizioni. Qui il mais cresce se anche solo ti cade dalla tasca, le piogge fanno alzare le spighe a vista d’occhio, la biodiversità che ricopre queste terre le rende un carnevale di colori su un tappeto verde. La terra dona frutti profumati e colorati immersi in un oceano di vegetazione.


Il Togo è un Paese ricco. Ricco di sorrisi e buone maniere. Ricco di una costituzione ben scritta e ordinata. Una nazione dove le forme-statutarie vengono prese a rimpiazzo delle vecchie istituzioni tribali, prendendo le mosse da un formalismo irradiato da un sistema di leggi artificiale e artificioso, per nulla scritto o rappresentativo dalla nazione, bensì scimmiottato dal gigante patrigno francese.
Ricco di donne che rimangono sempre un passo indietro. Che lavorano per portare la ciotola di foufoù sul tavolo, vendere la poca mercanzia o prodotti che riescono a portare lungo la strada per farne mercato.


Ricco di uno splendore e di un folklorismo che non teme di essere ridicolo, anzi. Più sgargiante è il vestito e più ricco e benestante appare l’indossatore. Un abito di paillettes rosse, una corona di stoffa e scarpe con borchie dorate ti fanno sembrare un re.


Una nazione che viaggia a tre marce distinte. Lomé: la capitale che si industrializza e procede come una locomotiva (fumosa, roboante e fuligginosa, caotica) verso il consumismo occidentale. Un luogo dove la disuguaglianza sociale non crea nessuno scalpore alla popolazione locale. Una città di vicoli senza nome dove trovano ricovero i derelitti della società. Uno spazio in cui il povero e nullatenente camminano spalla a spalla senza guardarsi negli occhi nemmeno per sbaglio. Poi c’è l’economia del ‘Re’ (l’eletto figlio del precedente dittatore). Infine la terza, Tout le monde: ovvero tutti gli altri. I dimenticati. I derelitti.


Qui – in Togo – la questione del lavoro minorile non ha nemmeno la dignità di essere citata, la sanità è accessibile solo a pagamento (perché altrimenti sarebbe invasa da nullatenenti e affamati), l’istruzione rimane un privilegio per coloro che possono permettersi di non mandare i figli di cinque anni a lavorare per la strada, l’ascensore sociale – se esistesse – sarebbe assimilabile all’invenzione del teletrasporto, la raccolta della spazzatura è rigorosamente indifferenziata: non avanza nulla di utile dalla tavola e il poco che rimane diventa il cibo del pollame o delle caprette che camminano liberi sulle strade di fango invase dalla plastica.

Ci sono almeno tre velocità che si muovono di un moto asincrono depauperante per il Paese. Gli investimenti vengono quasi tutti da capitale estero (per lo più cinese e indiano) e le infrastrutture crescono intorno ad una cultura popolare frammentaria, di stampo tribale. Le comunità si rispettano, ma non si aiutano perché in pochi hanno abbastanza da donare, ma ancor di più perché spesso la ricchezza in eccesso – la poca che c’è – viene utilizzata per imprese che nascono e durano quanto una stagione.
Il paese avanza, si creano di giorno in giorno opportunità per piccoli lavori saltuari, già perché qui “mantenere” è più oneroso che “costruire”.


Sembra persistere – in queste comunità – la mentalità della capanna di fango: si costruisce nella consapevole rassegnata attesa che le stagioni la abbatteranno. Non sopravvive l’impresa, ma si compie il lavoro pagato. Pagato subito. Pagato ora. Perché la fame è una coltre che pesa sulle schiene dei lavoratori più della cappa di calore e umidità della stagione.


Viene dall’estero tutto quanto sia “struttura”. Viene dall’estero il senso di previsione e previdenza. Viene dall’estero il capitale per portare le persone a lavoro. Viene dall’estero il telefonino che hanno tutti in mano.


Sarebbe presuntuoso suggerire se il sistema culturale togolese “istantaneo” sia peggiore o migliore del modello occidentale basato sul debito procapite strutturale. Non si può, tuttavia, non vedere come i principi primi del consumismo stiano iniettando i germi della dipendenza economica: abbonamenti telefonici sempre in offerta, prestiti a tassi massacranti, beni di prima necessità economicamente inaccessibili.


Lomé cresce in volume di affari, palazzi, persone, banche, società di investimento e cemento; le Roi cresce in ricchezza e influenza politica all’interno delle economie del paese con un’enclave portuale completamente a sua disposizione.


Il Togo è uno Stato “ebbro” perennemente ubriaco delle sue tradizioni e anestetizzato da un paludamento mediatico untuoso, appiccicoso e somministrato fin dalla giovane età.
Il debito pubblico del Togo viene venduto al migliore offerente. In un luogo come questo esistono le leggi scritte e quelle applicate: la distanza fra le due è imponderabile viaggiando su binari completamente avulsi. Una rotaia che sembra uscita da un quadro Mirò.


A pagare direttamente le conseguenze di questo catastrofico ordinamento tripolare sono – per ora – i pochi che hanno il coraggio di ribellarsi, ma domani tutto il paese (con l’eccezione dei pochi noti) dovrà vendere il proprio futuro.

Qui in Togo anche col verde, il rosso, il giallo, il blu, con i colori della natura incontaminata negli occhi a volte è difficile trovare la speranza. La voglia di tenere lo sguardo alto e guardare ad un orizzonte che ti rema contro come la bonaccia in un piatto pieno oceano senza vento.
Nel nostro mondo iper-connesso abbiamo punti fissi (e fissati), qui invece è ancora facile smarrirsi, perdersi di uno spaesamento che non ha nulla a che vedere con le proprie coordinate geografiche e ti trascina affondo.


Eppure perdersi nei dolori di questa terra è un po’ ritrovare la bussola interiore: con poco si può far studiare una ragazza, si può far mangiare una famiglia, si può creare lavoro, ridare dignità all’individuo, sanare ossa piegate dalla malattia, assistere neonati e mamme in difficoltà, portare aiuto nelle zone più remote, illuminare una casa, portare acqua corrente in un villaggio… Riportare alla luce l’importanza centrale delle comunità che si stanno smarrendo affinché possano costruire autonomamente un futuro che non sia fatto di fango e rifiuti lungo la via.


Tutto questo ha bisogno di un aiuto sistemico e sistematico, ha bisogno di continuità e di progettualità, ha bisogno di sostegno per i servizi primari, ha bisogno di infondere coraggio e speranza nelle persone, ha bisogno di una cultura del costruire “benessere sociale” che si affianchi e contrasti il divario sociale, che supporti il cambiamento consapevole della condizione di vita e contribuisca al conseguimento di una coscienza popolare togolese.

Nessuno sopravvive da solo qui.

Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente mie e non riflettono necessariamente le posizioni, le strategie o le opinioni ufficiali di AVITA.

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